Il deserto del Thar

Uscendo dalla città d’oro di Jaisalmer, in direzione del confine tra l’India e il vicino Pakistan, si entra nella dimensione senza tempo del deserto del Thar 

La macchina percorre strade finalmente poco trafficate per gli standard indiani: poche auto, rari autobus, nessun camion, né mucche, né scimmie, né pedoni o qualsiasi altra forma animata a cui si fa l’abitudine senza mai farla davvero quando si viaggia per il Rajasthan e nel sub-continente indiano in generale.

Villaggi sperduti sorgono in un terreno sempre più sabbioso, dove una vegetazione rada e particolarmente verde ricorda che agosto periodo di piogge e che anche nell’aridità la vita riesce a trionfare. Abitazioni costruite con fango e sterco, coperte da tetti di paglia, si mimetizzano col panorama e solo le donne, avvistate in lontananza e avvolte in sari sgargianti, sono una macchia di colore che risalta e non stona.

A 40 km da Jaisalmer si entra nel deserto vero e proprio, passando per Khuri, un villaggio che – nonostante il transito massiccio di turisti – non ha modificato le proprie abitudini di vita, se non per un nugolo di bambini che corrono incontro all’arrivo e le cui mani s’infilavano in ogni tasca alla bramosa ricerca di caramelle.

Le festose urla infantili si propagano nel silenzio irreale del luogo che solo apparentemente sembra disabitato, perché dal retro di una casa compare un dromedario e il suo ‘raika’ (il conducente). Con una passeggiata ondeggiante, nella cadenza ritmata di zoccoli che sprofondano nella sabbia sempre più fine, si approda nel Parco Nazionale di Sam, dove si elevano le dune più alte della zona, estese come seta grezza nell’orizzonte.

Lo sguardo percepisce la vastità dei tremila kmq di sabbia scura da cui spiccano arbusti e bassa boscaglia, creando un contrasto sbalorditivo. Tra decine di stranieri e altrettanti dromedari, bambini e guide turistiche inizia l’esplorazione e la ricerca della miglior duna da cui scattare fotografie nella luce del crepuscolo, ascoltando il soffio di un vento leggero. Per poi restare così, finché la luminosità lo consente, e infine assistere in silenzio allo spettacolo vibrante di un tramonto opaco.

 

 

Comments

    • says

      In India mi pareva che tutto fosse avvolto da un velo color cumino; per quel che riguarda l’odore… beh, aveva ragione Pasolini: è un mix di tutto e di più, che passa anche dai pori della pelle, dalle papille gustative e pure dagli occhi!

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