Venezia, il Carnevale e l’ombra di vino

Venezia, Bacaro Do Mori

Venezia è una città di tradizioni, conservate anche grazie alla posizione e alla costituzione così particolare che l’hanno protetta e isolata per gran parte del suo tempo. Canali, calle, campi, vicoli, sottoporteghi, ponti e rii sono elementi suggestivi dell’arredo urbano e che, dal 4 al 21 febbraio, faranno da sfondo a uno dei carnevali più particolari e conosciuti al mondo. La laguna e la celebre Piazza San Marco si animeranno con le maschere e i costumi, indossati da cittadini e stranieri come legame con la sua lunga storia.

Un primo accenno al Carnevale veneziano si trova in documenti del 1094, ma solo un editto pubblico del 1296 dichiarò festa il giorno antecedente la Quaresima. Voluto dalle oligarchie della Serenissima, questa festività fu un modo per concedere ai ceti più umili un periodo di divertimento, in cui sfogare tensioni e malumori senza conseguenze. Indossando maschere e costumi (abitudine nata spontaneamente) venivano inoltre rimossi i vincoli sociali e ciascuno poteva adattare il proprio comportamento alla nuova identità. Il travestimento, essenza stessa della celebrazione, condizionava tutte le abitudini, infatti il saluto tra personaggi diventava un semplice e cortese: “Buongiorno Signora Maschera”.

La produzione di maschere è un’arte antica, risalente al XIII secolo: realizzate con argilla, cartapesta, gesso e garza, vengono tutt’oggi arricchite con motivi eleganti, ricami, perline, piume di diversi colori e fogge. I mascareri, gli artigiani che realizzano travestimenti sempre più complessi ed elaborati, vennero riconosciuti come ordine professionale con uno statuto del 1436 e alcuni di essi venivano considerati dei veri artisti.

Sospeso per oltre due secoli, il Carnevale di Venezia ha ripreso il filo col proprio passato solo dal 1979 attingendo da eventi in voga nei secoli scorsi, come La Festa delle Marie (ovvero la benedizione di dodici spose scelte tra le più belle e le più povere della città) o il Volo della Colombina dalle origini funamboliche. Numerose poi le feste private che fanno brillare le case signorili affacciate sul Canal Grande, a cui si accede trasportati dalle gondole senza tempo. In questi luoghi carichi d’atmosfera sembra quasi di rivivere gli antichi splendori della Serenissima.

Tradizioni senza tempo all’ombra del Campanile di San Marco, dove i venditori tenevano il vino in fresco spostandolo a seconda dell’ora. Un’abitudine questa entrata a far parte del dialetto veneziano, dove il bicchiere di nettare d’uva viene chiamato ‘ombra’ e che nei bacari, le osterie lagunari, mantiene inalterata l’usanza conviviale di consumarlo insieme a un cicheto, uno stuzzichino.

Al bacaro Do Mori, uno dei più antichi di Venezia, si accede da due calle paralleli. La luce soffusa dell’interno è arrossata dalle pignatte in rame che pendono dal soffitto. Alle pareti sono appesi i conti, i contratti, i giornali del ‘7-800, che testimoniano la storia di questo locale. Damigiane da cui scorga il vino, prevalentemente bianco, sono addossate alla parete oltre il bancone dove cicheti assortiti fanno gola. Preparati con il baccalà, ma anche con frittatine, uova e acciughe accompagnano i bicchieri di ombre e, un sorso dopo boccone, è facile lasciarsi andare e perdere cognizione della propria identità anche senza indossare una maschera che cela il volto.

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Categories: Italia, monografica, Vecchia Europa

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