Nie wieder, Dachau

Dachau cancello

Mai più, never again, jamais plus, nie wieder è la frase scolpita su un monumento del primo campo di concentramento nazista a Dachau, appena fuori Monaco di Baviera.
Due parole a memento di una tragedia umana consumata con lucidità sulla base di un credo politico totalitario. È necessario ricordare il passato, perché dovrebbe prevenire e impedire analoghi stermini ai danni di una comunità o di un gruppo etnico. Purtroppo gli eventi, fin troppo vicini a noi, dicono che non è così: la  violenza e la barbaria, giustificata da crismi ideologici di qualsiasi risma, è insita nell’animo umano e quel ‘mai più’ rischia di suonare come un isolato e ingenuo grido per una ferita sempre aperta.

Per attuare davvero la speranza di un futuro senza stragi sistematiche, per capire anche solo lontanamente quel che fu la Shoah bisogna usare l’empatia e avvicinarsi al Male, in una delle sue forme più assolute, guardandolo in faccia. Bisogna leggere Mein Kampf e Se questo è un uomo, bisogna capire quale situazione economica e politica portò il Nazismo al potere, bisogna guardare i film di Leni Riefenstahl sull’estetica ariana e soffermarsi sulla critica alla guerra affermata da Bertold Brecht in Madre Coraggio e i suoi figli. Bisogna visitare un campo di concentramento e di sterminio, oggi, e avere la forza di sopportare quel silenzio fatto dal dolore di migliaia di esseri umani ridotti a carcasse, nella migliore delle ipotesi.

Varcare il cancello dove campeggia la scritta Arbeit macht frei suona come l’amara beffa di una tragica realtà: l’illusione data al mondo, che guardava verso quei luoghi-non luoghi senza volerli vedere davvero. Dachau venne aperto nel 1933 ed era un campo di lavoro per oppositori politici; nei suoi 12 anni di vita arrivò ad accogliere prigionieri di ogni tipo, ridotti in schiavitù e sterminati anche attraverso attività fisicamente dure per dei derelitti, o tramite esperimenti medico-scientifici portati avanti sulle cavie.

Il campo si presenta come una piana desolata, delimitata da filo spinato e torrette di controllo; fu distrutto dopo l’arrivo degli alleati nell’aprile del 1945 e successivamente decisero di ricostruirne alcune parti perché i posteri potessero sapere cos’è stato l’Olocausto. Le basse baracche erano i dormitori coi letti a castello in legno, dove oltre 63.000 persone stavano stipate in uno spazio inadeguato; le latrine comuni lasciano facilmente immaginare la mancanza di igiene che nel 1944 si tramutò in un’epidemia di tifo; le prigioni in cui i prigionieri sovversivi venivano reclusi emanano l’energia negativa di un annientamento psicologico; nel cortile per l’appello, compresso sotto un cielo senza profondità, si avverte forte la sensazione che Dio sia davvero morto; la grande sala spoglia dove venivano raccolti donne e bambini, inconsapevoli che da quel buco sul soffitto sarebbe sgorgata l’aria dei loro ultimi respiri, fa venir voglia di uscire in fretta, di corsa; i forni crematori sono le vere macchine dell’annientamento: dove l’essere che aveva già smesso di esistere veniva definitivamente cancellato.

Un nodo alla gola e uno allo stomaco accompagnano la visita; giungono anche la voglia di piangere e di vomitare perché non si è mai preparati a vedere il peggio. Perché il ricordo di quel posto dove la cattiveria si mescolò col dolore, di quei volti e di quei corpi incisi sulle foto e sui video del Museo marchiano la memoria e producono lo stesso effetto ogni volta che ci ripensi o ne parli. Anche 22 anni dopo, quando un’amica ti mostra le foto di quel viaggio nella memoria contemporanea e noti che nulla laggiù è cambiato e che nulla deve cambiare perché, se è vero che la storia è scritta dai vincitori, la carneficina programmatica non si può sminuire né smentire a prescindere.

Com’è stato possibile tutto questo? Questa domanda diventa il vero tormento interiore. La risposta è scritta nelle analisi socio-politiche, che dovremmo conoscere, comprendere, approfondire perché ovunque sia veramente possibile un ‘mai più’. Nie wieder.

Un ringraziamento speciale a Laura Luise, foto-reporterpercaso.

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Categories: Germania, Vecchia Europa

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