Tunisi: i gelsomini un anno dopo

Tunisi, gelsomini

L’hanno battezzata la Rivoluzione dei Gelsomini quella che a cavallo fra dicembre 2010 e gennaio 2011 ha segnato la fine del regime di Ben Ali e l’inizio di una (forse) nuova fase politico-economica per la Tunisia. Così, arrivando a Tunisi esattamente un anno dopo, l’aspettativa è di veder la città invasa dal bianco e dall’azzurro di questo fiore, perché le rivoluzioni prendono a simbolo ciò che è più evidente e vicino in quel momento. Invece non v’è l’ombra di un petalo se non al Parco del Belvedere, nella zona nord della capitale.

In compenso non sono sfioriti il filo spinato attorno ai palazzi del potere, i carri armati parcheggiati sui marciapiedi e l’esercito dispiegato coi mitra. Una tregua o una pace armata; una transizione che per realizzarsi ha bisogno di tempo e trova nel dispiegamento della forza militare un ottimo sistema per ottenerlo.

Eppure la città, col suo vestito logoro, si presenta al mondo con lo stesso aspetto di prima e così poco sembra davvero cambiato, a partire dagli uomini seduti ai caffè di Avenue Bourgida (gli Champs-Élysées del nord Africa), intenti a scrutare il passaggio della gente, studiandone la vita alla ricerca di una falla. Il traffico caotico di auto e persone anima le strade dissestate, in un brulicare di anime e motori che si spostano senza sosta.

I bei giardini andalusi e le ville moresche si affiancano agli edifici liberty dello scorso secolo che si alzano lungo i corsi francesi, dove gli arabi non potevano entrare durante il protettorato. Le loro facciate bianche con decori e motivi floreali mantengono la maestosità nonostante i segni di un tempo che non ha visto la manutenzione, e accolgono negozi e merci che inneggiano al benessere occidentale. Solo gli imponenti edifici amministrativi mantengono il lucido sulle facciate, nonostante i segni della contestazione siano visibili sui vetri rotti e negli slogan ancora freschi di vernice.

La Medina, chiusa da antiche mura difensive e composta di bassi edifici bianchi dai risvolti azzurri, è lo scrigno di una società fortemente radicata nel proprio passato millenario, che l’ha portata a esser dichiarata patrimonio dell’Unesco nel 1979. Al suo interno, il suk è un dedalo di stradine ricolme di merci e di folla pressante come ogni caravanserraglio che si rispetti, dove l’occasione o la più cocente fregatura sono a portata di mano. Tra gli odori del pellame o dei dolci mielosi, tra lo sfavillare degli argenti e lo sventolare dei vestiti, i commercianti invitano a entrare nei loro anfratti promettendo gratuità sulla merce, mentre i procacciatori d’affari, in una staffetta degna dell’oro olimpico, si fingono personale dell’hotel per conquistare la fiducia e proporre il miglior tappeto berbero (o profumo) della capitale.

I massicci portoni azzurri coperti di borchie, vero leit motiv di Tunisi, nascondono i misteri di abitazioni lussuose alle spalle della grande moschea Ez-Zitouna, mentre i colorati mosaici esposti nel Museo del Bardo riportano all’epoca romana e alla florida Cartagine. Le donne velate cedono il passo alle giovani vestite all’occidentale, mostrando come l’adolescenza sia il vero fattore globalizzante. La fitta rete di filobus collega la città da una parte all’altra: mezzi verdi sempre affollati sferragliano e sbuffano.

Gli onnipresenti mariuoli dalla mano lunga non oscurano il carattere onesto e affabile di un popolo, disponibile verso lo straniero: un aiuto disinteressato che segna il passo verso il futuro, mostrando l’apertura di una società e la vera rivoluzione per chi, viaggiando nel Maghreb, si era rassegnato alle continue richieste di baksheesh.

INFO PRATICHE:
Dove dormire: Hotel Du Parc
Cosa mangiare: Cous-Cous, Mergez, Brik con uovo e tonno, l’insalata méchouia, datteri e dolci senza distinzione

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Categories: Continente Nero, reporterpercaso, Tunisia

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