Le Havre e il miracolo di Kaurismaki

La 29° edizione del Torino Film Festival si è aperta con la premiazione di Aki Kaurismaki per la valenza innovativa dei suoi film. Il 55enne regista finlandese porta con sé il suo ultimo lavoro, ‘Miracolo a Le Havre’, mantenendo fede a quel linguaggio cinematografico che molto l’hanno fatto apprezzare ai cinefili: la camera spesso fissa ricorda certi film dell’est comunista; la recitazione scarna e poco espressiva degli attori rende l’idea di un essere umano rassegnato alle disgrazie della vita; l’effetto lomo calcato sui colori conferisce all’ambientazione un senso di definitivo, senza via di scampo.

Nel film (che strizza l’occhio a un altro miracolo diretto da De Sica), Kaurismaki affronta il tema attuale dell’immigrazione clandestina, affidandoci la morale che il bene per sé stessi arriva facendo del bene al prossimo. Un lungometraggio buonista e irreale (come da stessa ammissione del regista), ben diverso da certi toni (e finali) cinici del suo passato artistico, che davano uno spaccato vero di mondo come ne ‘La fiammiferaia’ o nell’iperbolico ‘Leningrad cowboys go America’. Ma forse è proprio la speranza la nuova frontiera del cinismo e ciò di cui oggi l’essere umano ha bisogno.

Kaurismaki offre solo squarci minimalisti della cittadina normanna in cui ha ambientato la storia, ma la netta dominanza del colore blu nella pellicola è un richiamo e un omaggio a quel mare incorniciato dalla Porta Océane, simbolo del viaggio e del commercio con luoghi lontani. Famosa per essere il porto da cui salpare verso le coste del Regno Unito e dell’Irlanda, Le Havre perse la propria storia coi bombardamenti aerei degli alleati durante la seconda guerra mondiale. Ricostruita sui suoi pochi resti dall’architetto August Pierret, è entrata tra i patrimoni dell’Unesco nel 2005 come esempio eccezionale d’architettura e urbanistica del dopo guerra. Una rarità che si deve allo spirito avveniristico del suo padre putativo, espresso perfettamente nell’Hotel de Ville e nell’omonima piazza dov’egli utilizzò il cemento per creare colonnati dal sapore antico e mescolarli con divisori traforati all’orientale, fino a raggiungere il traguardo del modernismo nella torre alta 70 metri.

Le Havre non è grande ed è adatta alla visita di un fine settimana per poter così ammirare la Chiesa di Saint-Joseph e la sua torre-lanterna ottogonale di 110 metri che domina la città e rende omaggio alle 4.000 vittime di guerra. Tra tutti i monumenti, solo il Museo e la Cattedrale di Notre-Dame furono restaurati per assomigliare all’originale del 16° secolo, mentre la Casa dell’Armatore (18° secolo) è una bellezza autentica col suo pozzo di luce centrale contornato da stanze e corridoi che mettono voglia di correre intorno.

Per chi ha voglia di stupirsi c’è il Museo Malraux dalle ampie vetrate per poter vedere le opere con la luce naturale: la sua collezione di quadri impressionisti, seconda solo al d’Orsay, ci ricorda quanto quei pittori amassero le luci cangianti di questo cielo, prima sereno e subito dopo sferzato dal vento freddo del Nord. Il clima non ferma però i suoi abitanti: lungomare, nei mesi estivi, sono molte le attrattive e gli eventi che insieme al pallido sole riscaldano l’aria. Nei Docks Océane ricavati da aree dismesse del porto si anima la movida della Manica francese: musica, spettacoli, flash mob rendono Le Havre una città dinamica e ricca di sonorità, tanto da aver convinto Kaurismaki a fermarsi qui per girare questa sua opera d’arte.

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