Torino, Palazzo Madama – Il primo Senato e l’aria risorgimentale

Diversi anni addietro Palazzo Madama era il grande edificio posto al centro della rotonda di Piazza Castello, a Torino. Intristito dal grigiore dello smog, richiese la decisione coraggiosa (accompagnata da critiche) di far diventare la grande piazza un’area pedonale perché alla residenza delle madame reali ritrovasse il proprio splendore e, dopo la sua riapertura nel 2006, anche nuova vitalità.

Per poterlo assaporare davvero bisogna intanto sapere com’è composto esternamente: la bianca facciata settecentesca rivela sul retro una struttura in muratura con alti torrioni scuri, che in epoca romana indicavano una delle quattro porte cittadine. Dopo un periodo come baluardo difensivo nel Medioevo, diventò castello nel 1300. Saranno quindi le duchesse madri di casa Savoia a comandare la costruzione della facciata in marmo a Filippo Juvarra, per effettuare un radicale maquillage alla fortezza. L’intervento dell’architetto rimase però incompiuto e ha così conferito un doppio volto allo stesso palazzo, tanto da indurre l’inganno di trovarsi davanti a due edifici accoppiati.

Il percorso di visita attuale si snoda su più piani, nelle ampie stanze dai pavimenti originali e dalle pareti tappezzate con damaschi discreti. L’allestimento, luminoso e piacevole, mette in mostra i tesori accumulati dall’allora dinastia regnante: quadri e sculture lignee di artisti piemontesi, merletti, ori, tessuti e cineserie, oltre al celebre Ritratto d’uomo di Antonello da Messina. Si sale, a piedi o in ascensore, fin sulla cima di uno dei due torrioni, da cui poi osservare l’andirivieni dei pedoni sottostanti e i tetti del centro storico, come guardassimo una scacchiera.

Fino al prossimo 8 gennaio, Palazzo Madama ospita anche la ricostruzione del primo Senato del Regno d’Italia, attivo nel periodo 1861-64. La ricostruzione fedele dell’aula, accompagnata dalle letture degli interventi dei primi senatori (tra i quali Cesare Alfieri, Alessandro Manzoni, Carlo Cadorna), emoziona e permette di immergersi in quella realtà politica. Così come accomodarsi sui banchi dell’anfiteatro, indossare un cappellino d’epoca, inforcare una penna con la piuma d’oca e scrivere nella cartella dei documenti che furono di Massimo d’Azeglio. Un grande ritratto del re Vittorio Emanuele II sovrasta la stanza, mentre di fronte scorrono le proiezioni di un pubblico in abiti d’epoca che partecipa coi propri commenti alla seduta e invita ad aggiungersi, mescolando contestazioni del passato con quelle del nostro presente. Tappezzerie rosse, una pittura grigio chiara e tappeti verdi inneggiano al tricolore e inaspettato sgorga da qualche anfratto dell’anima un senso di orgoglio patrio.

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